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Il Sammarzano o il San Marzano

la storia di questo particolare pomodoro, secondo il grandissimo professore fu Luciano De Crescenzo

Non è mia abitudine riportare scritti altrui, soprattutto di grandi figure che hanno lasciato un segno nel tempo.
Tra queste, per me, Luciano De Crescenzo è stato un vero maestro: un punto di riferimento capace di raccontare la filosofia con leggerezza, eleganza e straordinaria profondità.

Non avendolo mai conosciuto, mi è ancora più difficile “mettere mano” ai suoi testi.
Per questo motivo, più che riassumere o reinterpretare, preferisco condividere integralmente una delle più belle descrizioni mai scritte sul pomodoro.

A voi il racconto.

Quasi tremila anni fa, basilico e pummarola si diedero appuntamento a Napoli:
un amore per contrasto, tra profumi e colori, destinato a finire su una pizza.

Il basilico arrivò per primo, portato dai Greci, e per 1500 anni aspettò invano.
La pummarola invece stava ancora in America, incompresa e pure maltrattata.

Poi finalmente arrivò a Napoli… e cambiò tutto.
Da semplice frutto diventò l’ingrediente capace di trasformare qualsiasi cosa in qualcosa di straordinario.

In poche parole: senza ‘a pummarola, non se canta!!

E allora viene spontanea una domanda:
che cosa sarebbero le pizze, i maccheroni, le capresi, le parmigiane di melenzane… senza ‘a pummarola?

Niente. O quasi.

Quod fuerim sine pummarolam?!
Cosa saremmo senza pummarola?

La verità è una sola: l’arrivo del pomodoro ha cambiato tutto.
Una rivoluzione vera, altro che storie.

Da quel momento la cucina si divide in due epoche:
A.P. (Ante Pummarolam Natam)
P.P. (Post Pummarolam Natam)

E guarda caso…
tutto quello che conta davvero nasce dopo. 😄

E diciamo grazie a Cristoforo Colombo...

A scuola ci è stato insegnato che Cristoforo Colombo nel 1492 scoprì l’America, ebbene, diciamo una volta per tutte come stanno veramente le cose: nel 1492 Colombo non scoprì l’America, ma uscì semplicemente per prendere i pomodori!

Senza il pomodoro non avremmo mai conosciuto le delizie del ragù, e quando pronunzio la parola “ragù” crolla in me qualsiasi residua resistenza a fare della retorica.

Vorrei parlare come un grande poeta…
ma alla fine, diciamoci la verità:

E’ ‘na salsa talmente buona che pure i santi in paradiso si fanno il piatto di pasta.

Io non ho mai provato le sensazioni che può dare la droga, nel caso però che un giorno decida di battere quest’altra strada del vizio, piuttosto che l’eroina, chiederò che mi venga iniettato nel braccio un decilitro di ragù. Sono sicuro che solo in tal modo raggiungerei i più alti livelli di eccitazione.

Coloro che non sono di Napoli, in particolare i bolognesi, sono pregati di non confondere il loro ragù con il nostro, sono due cose totalmente diverse. Io adesso non sto a spiegare come deve essere preparato un ragù napoletano, anche perché immagino che ciò sia stato fatto dalle vostre nonne o dalle vostre mamme, desidero però sottolineare che il principio base sul quale a Napoli viene edificato un ragù è costituito dal fatto che colei che li prepara deve amare intensamente almeno una delle persone a cui questo ragù è destinato.

Ed è per tale motivo che, da oggi in poi, propongo che quello nostro venga chiamato: ragù d’amore.

Omaggio a Luciano De Crescenzo (R.I.P.)

A proposito… il mio amico fotografo e sceneggiatore Mimmo Fontanella ha in serbo un grande sorpresa per il pubblico: a breve inizieranno i lavori e le riprese per il film “RAU’ ” per chi non lo sapesse è Ragù in lingua napoletana, da non perdere. Prossimamente gli aggiornamenti sui lavori e foto “rubate” nel back-stage. 

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