SUA MAESTA'
LA PASTIERA
Dolce della pasticceria napoletana tipico del periodo pasquale ma che negli ultimi anni ha lasciato la tradizione pasqualina per diventare un “must” da poter gustare tutti i 365 giorni dell’anno! Ha avuto il riconoscimento di prodotto agroalimentare tradizionale campano
L’invenzione della Pastiera risale al XVI secolo, molto probabilmente come una sorta di pizza a metà tra il rustico e il dolce. La prima ricetta scritta è datata 1693 e compare nel trattato di cucina Lo scalco alla moderna da Antonio Latini, scritto e pubblicato a Napoli, dove l’autore lavorò al servizio del primo ministro del viceré Francisco de Benavides. Tra gli ingredienti, oltre a grano e ricotta, erano (appunto erano) previsti il formaggio Parmigiano grattato, pepe, sale, pistacchi in acqua rosa muschiata, latte di pistacchi, tutto raccolto in pasta di marzapane stemperata con altri aromi antichi.
Ma la ricetta ai giorni nostri è stata modificata e perfezionata nei monasteri del centro di Napoli, (celebri le pastiere delle suore del convento di San Gregorio Armeno) ed oggi molte rinomate Pasticcerie e Bar di tutta Napoli e provincia, ne propongono la vendita, la cui ricetta la potete trovare in questo post.
Le strisce...
non sono messe a caso
Le strisce rappresentano i tre Decumani e i quattro Cardini della città antica greca. Le strisce della pastiera devono quindi riprendere la pianta del centro storico di Napoli, che è attraversato da 3 decumani, paralleli alla costa: Decumano superiore: via della Sapienza, via dell’Anticaglia, via Santi Apostoli.
I fiori d’arancio, la vaniglia, il burro, lo zucchero, il grano, il latte, la ricotta si trovano dovunque. Ma la pastiera dovete venire a mangiarla a Napoli.
Aneddoti sulla pastiera
Si racconta che Maria Teresa D’Austria, moglie del re Ferdinando II° di Borbone, soprannominata “la Regina che non sorride mai“, cedendo alle insistenze del marito famoso per la sua ghiottoneria, accondiscese ad assaggiare una fetta di Pastiera sorridendo per la prima volta in pubblico. Re Ferdinando, il più napoletano dei Borbone, che molto contento disse: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”.
A Napule regnava Ferdinando
Ca passava e’ jurnate zompettiando;
Mentr’ invece a’ mugliera, ‘Onna Teresa,
Steva sempe arraggiata. A’ faccia appesa
O’ musso luongo, nun redeva maje,
Comm’avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a’ cammeriera
Le dicette: “Maestà, chest’è a’ Pastiera.
Piace e’ femmene, all’uommene e e’creature:
Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,
‘Mpastata insieme o’ zucchero e a’ farina
A può purtà nnanz o’Rre: e pur’ a Rigina”.
Maria Teresa facett a’ faccia brutta:
Mastecanno, riceva: “E’ o’Paraviso!”
E le scappava pure o’ pizz’a riso.
Allora o’ Rre dicette: “E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien’accà, damme n’abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c’o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d’adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n’at’ anno!”

Secondo un’antica leggenda, la Pastiera Napoletana è il frutto delle sapienti mani della Sirena Partenope, in omaggio al suo popolo come segno di gratitudine e di riconoscenza, per averla sempre amata. A Napoli la pastiera è il dolce del risveglio, della primavera, della resurrezione e, dunque, di pasqua.

Si narra che la sirena Partenope incantata dalla bellezza del golfo, disteso tra Posillipo ed il Vesuvio, avesse fissato lì la sua dimora.
Ogni primavera la bella sirena emergeva dalle acque per salutare le genti felici che popolavano il golfo, allietandole con canti d’amore e di gioia. Una volta la sua voce fu così melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne rimasero affascinati e rapiti: accorsero verso il mare commossi dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato. Per ringraziarla di un così grande diletto, decisero di offrirle quanto di più prezioso avessero.
Sette fra le più belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di consegnare i doni alla bella Partenope: la farina, forza e ricchezza della campagna; la ricotta, omaggio di pastori e pecorelle; le uova, simbolo della vita che sempre si rinnova; il grano tenero, bollito nel latte, a prova dei due regni della natura; l’acqua di fiori d’arancio, perché anche i profumi della terra solevano rendere omaggio; le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo; infine lo zucchero, per esprimere l’ineffabile dolcezza profusa dal canto di Partenope in cielo, in terra, ed in tutto l’universo.
La sirena, felice per tanti doni, si inabissò per fare ritorno alla sua dimora cristallina e depose le offerte preziose ai piedi degli dei. Questi, inebriati anche essi dal soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima Pastiera che superava in dolcezza il canto della stessa sirena”.
Volevo dire una cosa a tutti quelli che dicono “a me la pastiera non piace”:
Nemmeno voi piacete a lei.

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